Le Sale del Museo

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Sala 1:

In questa sala vengono illustrate le fasi della lavorazione della terra e della semina del grano.

Nel lungo processo della produzione del grano, la prima fase è l’operazione dell’aratura del terreno. Essa veniva effettuata tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Fino ai primi anni ’70 i contadini utilizzavano l’aratro e il chiodo costituito in legno che venivano aggiogati quasi sempre dai buoi per il loro passo lento e poderoso che permetteva di solcare e rivoltare una maggiore quantità di terreno. Venivano utilizzati anche i muli. Nella zona centrale di questa sala, è stato ricomposto un aratro a chiodo che è costituito dal Giogo, dalla pertica e dal ceppo cui è attaccato il vomere di ferro.

Il giogo ha la funzione di tenere appaiati gli animali da tiro;

La pertica collega il ceppo al giogo disponendosi longitudinalmente tra i due animali aggiogati.

Il ceppo composto dalla stegola che funge da impugnatura e da un attacco per le redini che guidano le bestie aggiogate e dal dentale alla cui estremità si inserisce un vomere.

La buona aratura veniva determinata dall’angolo che si formava tra la pertica e il dentale, il quale veniva regolato da una lunga vite tensore ricurva chiusa da un bullone a forma ovoidale. L’estremità della pertica si incastrava nella cavità aperta del gomito del dentale. Questo piccolo cuneo era un elemento molto importante per la stabilità e l’equilibrio di tutta la struttura. Infatti nel caso in cui il vomere non solcasse sufficientemente la terra, l’aratore poteva sistemare il cuneo sopra l’estremità della pertica. Viceversa se il vomere scorreva tanto in profondità che le bestie non riuscivano a trainare l’aratro, il cuneo posto sotto l’estremità della pertica, ristabiliva la corretta distribuzione dei pesi e della forza.

Due redini di canapa legate alla stegola servivano sia per orientare la direzione, sia come freno, agendo su delle nasiere applicate alle narici degli animali aggiogati.

Sempre in questa sala trovate diversi aratri in ferro utilizzati in passato con l’ausilio di un solo animale (asino o mulo). Uno di questi è stato sistemato in assetto di lavoro.

A differenza dell’aratro a chiodo, la pertica è sostituita da due robuste catene legate, tramite anelli, ad una particolare sella in ferro (sidduni) munita di ganci e saldamente assicurata al basto (varduni) dell’animale.

Sala 1-2:

In questa sala oltre a vari attrezzi per il movimento della terra, potete osservare, vari finimenti per animali, oltre ad una notevole collezione di selle in ferro (sidduna) e gioghi diversi per forma e dimensione.

Due piccole “straule” iniziano il successivo ciclo del trasporto, con esse veniva effettuato lo spietramento del terreno e la distribuzione del concime prima della semina che, iniziava dopo le prime piogge del mese di ottobre.

Approssimativamente nel mese di gennaio, nei terreni coltivati a frumento, veniva fatto passare l’erpice (strascino), che tirato da un solo animale (asino o mulo), spianava e tritava la terra dei campi arati.

Sala 2:

In questa sala vengono illustrate le fasi del “Ciclo del grano” relative alla  mietitura, al trasporto, alla trebbiatura e all’immagazzinamento.

La mietitura del grano iniziava di buon mattino con la preparazione dell’”antu” (varco dove si disponevano i mietitori). Gli Steli tagliati con le “fauci” e contenuti in una mano, costituivano lo “jermitu”, più “jermiti” costituivano la “regna”  o “gregna” (covone), venti “regni” costituivano un “mazzu” (mazzo).

I “jermiti” poggiati a terra venivano successivamente raccolti con l’ausilio di due attrezzi utilizzati contemporaneamente, l’”ancina (uncino in ferro) e l’”ancinedda” (forcella di legno). Ciascuna regna di grano veniva legata con i “liami”, legacci fatti con il “disu”, pianta con lunghe e sottili foglie che cresce in zone rocciose botanicamente nota come Ampelodesmus tenax.

Il trasporto dei covoni di grano verso l’”aria” (aia . un’area di forma circolare ben pulita dove avveniva la trebbiatura), iniziava nelle prime ore del mattino, al chiarore di luna, al fine di sfruttare la “muddura” (umidità della notte), che rendeva morbide le spighe e ne impediva lo sgranamento. Il trasporto, di solito, avveniva a dorso di mulo o di asino sul cui “varduni” o “vardedda” (basto), veniva montata la “scalidda” (attrezzo in ferro dotato di quattro ganci), oppure tramite la “straula” (carro senza ruote, una sorta di slitta, trainata dai buoi).

La pisatura (calpestio degli steli di grano da parte degli animali già impiegati per il trasporto) iniziava nelle ore più calde della giornata perché le spighe si sgranavano meglio. Per la “pisatura” venivano impiegati uno o più animali che giravano nell’aia accompagnati da canti o incitamenti particolari. Terminato il canto gli animali venivano fatti girare in senso inverso per impedire loro i capogiri. Quando gli steli apparivano ben sminuzzati si effettuava la “vutata” (rivoltamento della paglia), quindi iniziava la seconda “pisatura” e successivamente la “spagliata” (allontanamento della paglia per mezzo del vento). La “spagliata” veniva effettuata per mezzo di tridenti e la pianta spinta dal vento si accumulava ai bordi dell’aia. L’operazione successiva riguardava l’”annitata” e consisteva nell’allontanare la “pula” con l’ausilio del vento e di una pala di legno.

Sala 2-2:

Le fasi fin qui descritte duravano diversi giorni e conseguentemente i contadini erano costretti a dormire nell’aia per sorvegliare, spesso anche con le armi, il grano in via di pulitura. A questo proposito un vecchio proverbio siciliano recita: “mentri ‘ntra l’aria resta lu furmento nun si tu lu patruni ma sunnu centu”.

Quando il grano era ben pulito veniva messo nei sacchi o nella “visazza” (bisacce), trasportato a dorso di mulo fino all’abitazione del contadino e versato nei “dammusa” (contenitori molto capienti ricavati sotto il pavimento) o nei “cannizzi” (capienti recipienti cilindrici ricavati con l’intreccio di canne).

Dopo aver messo al sicuro il grano iniziava il trasporto della paglia per mezzo dei “rituna” (grandi reti di corda intrecciata) che riempiti con una tecnica particolare venivano trasportati a dorso di mulo.

La paglia veniva riposta nella “pagghiera” (stanza adatta allo scopo e spesso antigua alla stalla) o veniva creato un grande “burgiu” (cumulo a sezione triangolare) spesso rivestito con del fango che rendeva impossibile la penetrazione dell’acqua durante la pioggia; alla sommità del “Burgiu” veniva posta una croce realizzata con una canna.

Sala 3:

In questo spazio è possibile ammirare un frantoio con le macine in pietra, completo di tutti i macchinari necessari alle varie fasi di produzione dell’olio. La molazza è costituita da una vasca, una volta in pietra dura, più recentemente in acciaio, dove vengono versate le olive; in essa 2 o più ruote di granito (macelli), poste verticalmente e a distanza diversa dal centro della vasca, corrono sul fondo schiacciando le olive. Le ruote sono cilindriche, a volte tronco coniche. L'azione meccanica è esercitata dalla rotazione delle ruote in pietra (generalmente in granito) sulla massa in lavorazione. Contrariamente a quanto si possa pensare, la fuoriuscita dei succhi non è causata dallo schiacciamento, bensì dall'azione di sfregamento degli spigoli taglienti dei frammenti di nocciolo sulla polpa delle olive. La funzione della ruota pertanto è quella di frantumare i noccioli in dimensioni adatte allo scopo e rimescolare la massa in lavorazione. In passato la molazza era costituita da una sola ruota azionata per mezzo di un braccio da un asino o da un cavallo, pertanto aveva un notevole volume d'ingombro per consentire il movimento circolare dell'animale. Le molazze più recenti sono azionate da motori di 5-12 kW e sono di dimensioni più contenute

Sala 3-2:

A completamento dell’esposizione dedicata al ciclo del grano potete osservare vari oggetti che servivano per la misura ed il peso; dalla carozza al duemontelli, dalla bascuglia alla bilancia. Le unità di misura agrarie utilizzate non solo per il grano ma anche per l’olio sono il “cafiso” corrispondente a 14 litri e il mezzo “cafiso” corrispondente a sette litri. Nelle nostre zone queste unità di misura sono ancora oggi utilizzate.

Sala 3-3:

Il ciclo dell’olio rappresentava nella civiltà contadina, ma ancora oggi rappresenta, un momento particolare dell’anno. Finita la preparazione dei campi per la semina, o anche in contemporanea, si iniziava la fase della raccolta delle olive, che venivano collocate nei “corbelli” (cufini) e successivamente portate al frantoio per la macina. Questa fase, in funzione del clima, del tipo di olive da raccogliere ed anche in funzione della quantità presente si protraeva fin dopo Natale.

Dopo la spremitura della “Pasta” si passava alla fase di separazione dell’acqua di vegetazione dall’olio. Quest’ultimo veniva prelevato da grandi vasche, misurato a “cafisi”, trasportato nella abitazioni e riposto in giare di terracotta; dopo il naturale periodo di fermentazione veniva consumato a tavola. Un tempo prima dell’avvento delle macchine separatrici, la fase di separazione veniva effettuata manualmente.

Fiorente, come lo è tutt’oggi, era la vendita dell’olio, che spesso veniva barattato in cambio di altri prodotti, per lo più stoffe.

Sala 3-4:

Il ciclo della pastorizia riguardava un po’ tutti i contadini i quali possedevano, anche se in numero limitato, alcuni capi di bestiame sia bovini che ovini. Da questi traevano il latte per uso familiare e con quello in esubero realizzavano i formaggi, riponendoli prima nelle fiscelle (“fasceddi” in siciliano) per farli addensare, e successivamente in particolari credenze per la stagionatura.

Sala 4:

Grazie alla collaborazione e alle donazioni da parte di alcuni anziani artigiani, si sono potuti ricreare i laboratori artigianali del calzolaio, del sarto, del barbiere e del fabbro. Nell’angolo del calzolaio e stata ricostruita “a putia du scarparu”, ove è possibile osservare il tavolo di lavoro (vancu) con tutti gli arnesi ed attrezzi necessari per la realizzazione e la riparazione dei calzari. Dalla lesina al punteruolo, dalle forme di varie dimensioni alla raspa, dal martello al trincetto ed a tutte le altre attrezzature per la rifinizione delle tomaie. Contrariamente ad oggi, un tempo questo mestiere era molto diffuso.

Sala 4-2:

L’attività del sarto nelle piccole comunità non era molto diffusa, in quanto la maggior parte dei lavori venivano eseguiti dalle donne di casa, anche perché i tempi e le abitudini quotidiane non imponevano abiti sfarzosi, eleganti ovvero di complicata manifattura. Per i lavori di sartoria si utilizzavano gli attrezzi e gli strumenti presenti nell’angolo del sarto, che venivano acquistati, come anche le stoffe e i tessuti, usualmente ricorrendo al baratto con i prodotti agricoli.

Sala 4-3:

Il mestiere del barbiere, che molto spesso si trasformava in dentista, necessitava di pazienza ed abilità. Le prestazioni del barbiere non venivano retribuite immediatamente e per singole prestazioni. In genere il barbiere veniva pagato ad anno, cioè al momento della raccolta del grano. Non era insolito vedere i barbieri girare con i sacchi per avere l’equivalente in grano quale compenso per tagli di capelli, barbe e lozioni di un intero anno.

Sala 4-4:

Infine è stato ricostruito l’angolo del fabbro. In questa saletta sono esposti i principali strumenti ed attrezzi utilizzati dal fabbro per i lavori quotidiani.

Questi artigiani lavoravano i loro prodotti su commissione e per tutti il pagamento avveniva dopo la raccolta del grano, fonte principale di sostentamento delle famiglie del contadino. Comune era anche barattare i lavori con prodotti domestici, con animali da cortile o con prodotti derivanti da allevamenti o dalla trasformazione del latte.

Sala 5:

La casa del contadino: ricostruzione di una tipica abitazione contadina.

In questa sala è stata ricostruita una tipica abitazione di una famiglia di contadini dei primi del novecento.

All’interno è stato realizzato un forno a legna, tipico di tutte le abitazioni dell’epoca. In esso ovviamente veniva cotto il pane e la maggior parte degli alimenti che potevano essere infornati, di contorno si possono osservare i vari attrezzi per la lavorazione e la preparazione del pane.

“u criu” il setaccio, ove si setacciava la farina da eventuali impurità

“a maidda” la madia, ove veniva impastata la farina

“u signaturi” il mattarello, questi veniva utilizzato per stendere la pasta

Inoltre potete osservare diversi altri attrezzi utili per infornare il pane. Dalla pala da forno al forcone.

L’uso del forno a legna era assai frequente, anche due volte la settimana. Veniva anche utilizzato nei periodi di festa per realizzare dolciumi quali “cassateddi”, “giammelli” e “cosi duci” in generale, tipici della nostra realtà che ancora oggi vengono realizzati dai laboratori di pasticceria e sporadicamente da persone in possesso di un forno.

Si può osservare la presenza di una cucina a legna con le varie pentole, utilizzate per cucinare, di diverse dimensioni e diverso materiale di costruzione: rame, alluminio e terracotta.

Nella maggior parte delle case la cucina era attaccata al forno così come è stata ricostruita qui. Le abitazioni erano, il più delle volte, costituite da un unico ambiente dove, oltre alle stoviglie e agli attrezzi descritti trovava posto anche la zona notte che, spesso veniva protetta da una o più tende. Collegata all’abitazione vi era la stalla.

Sala 6:

Sacralità, tempo libero, archeologia industriale.

In questa sala si è voluto dare risalto alla sacralità, al tempo libero e alle attrezzature di archeologia industriale ormai in disuso.

Maggiore risalto si è dato alla statua di San Antonio Abate posta al centro della sala, legata alle tradizioni agricole del passato. Altre statue raffigurano i principali Santi cui i nissorini sono devoti.

Nella stessa sala è custodito l’orologio restaurato della Chiesa Madre. Si può osservare inoltre un proiettore ad arco voltaico ancora funzionante, che dagli anni cinquanta agli anni settanta veniva utilizzato in parrocchia per proiettare i primi filmati.

Inoltre sono stati riesumati alcuni giochi con i quali i piccoli giocavano nelle poche ore libere e dai quali derivano alcuni giochi, oggi assai utilizzati, quali il monopattino.

Si vuole inoltre porre l’attenzione al gioco della Tavola o Pizzuddu il quale permetteva ai ragazzi di prendere dimestichezza con le misure, oltre ad essere un gioco di abilità.

Da questa sala è possibile osservare “la grande giara” ritrovata nel territorio comunale.

Sono esposti diversi libri che sono stati da base per la formazione di diverse professioni.

Fra gli oggetti di archeologia industriale è anche possibile osservare un arco voltaico, ormai in disuso, che veniva utilizzato dall’odontotecnico per fondere i metalli, una vecchia filiera e diverse radio.